Cosa rimane di Karl Marx?

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Cosa rimane di Karl Marx?
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Da chi, Karl Marx, è stato messo in soffitta? Da qualche sapientone di turno? Da qualche politico sprovveduto, non avendo letto di lui neppure un rigo? Si è forse trattato di un concerto di voci che ne hanno decretato la morte o la messa in coma per tutta una serie di problemi e di situazioni che con Marx hanno poco a che vedere? La stessa sorte, più o meno, è capitata a un altro grande dell’Ottocento, sempre più spesso accusato di aver aperto il vaso di Pandora di tutte le perversioni umane? In realtà, sia l’uno che l’altro, non hanno fatto nulla di più che fotografare la realtà del tempo in cui hanno vissuto e che hanno “preso” nei rispettivi obiettivi analitici.
Lo pensava già Aristotele, i filosofi e i pensatori, in genere, non scavalcano né tradiscono i dati empirici, anche quando, come nel caso di Platone, Agostino, Cartesio, Hegel (per fare solo alcuni nomi), partendo da quei dati, hanno creato varchi per oltrepassare le Colonne d’Ercole della conoscenza, spingendosi in mondi non sempre verificabili mediante l’esperienza. Per tale motivo, Kant rimane un punto fermo nella storia del pensiero, quando afferma che è possibile conoscere solo ciò che ci è dato attraverso lo spazio e il tempo, ovvero quello che apprendiamo dall’esperienza sensibile.
Ciò che va oltre, “è pensabile ma non conoscibile”.
Ritornando a Marx, egli è stato senza dubbio alcuno, un grande “lettore” della realtà socio-economica scaturita dalla seconda rivoluzione industriale con i suoi altissimi costi e sofferenze umane. L’analisi del capitalismo e delle sue false crisi, condotta insieme al suo collaboratore Engels, ormai consegnata alla storia, è indiscutibilmente tra le più realistiche e articolate che siano state scritte.
La sollecitazione alle classi lavoratrici, sfruttate più degli animali da soma, volta a prendere coscienza della propria condizione di miseria e di alienazione, si deve ancora a lui. Tuttavia, non da oggi il capitalismo, come perfido Proteo, ha cambiato e continuerà a cambiare volto e pelle, la condizione dei lavoratori non è più quella delle fabbriche otto-novecenesche, e di rivoluzioni non si sente neanche un vagito. Fortunatamente, perchè le rivoluzioni, al contrario delle politiche riformistiche, sfociano quasi sempre nella dittatura e nella tirannia. (Vedi il Terrore della Rivoluzione francese, vedi la dittatura staliniana seguita alla Rivoluzione russa, ecc.).
Dunque, se le analisi di Marx non hanno più valore nel nostro tempo, c’è, del suo pensiero, qualcosa che non è stato ancora travolto dal continuo fluire di tutto? Un aspetto che ancora resiste – e difficilmente potrà essere confutato – riguarda il rapporto che, in ogni momento, periodo o epoca della storia, intercorre tra la realtà sociale ed economica e i prodotti del pensiero (arte, religione, letteratura, filosofia). Ci si è mai chieso perché oggi non abbiamo più un Giotto o un Caravaggio, oppure un Dante e un Leopardi? Marx lo spiega eloquentemente, sostenendo che, date alcune condizioni socio-economiche, esse determinano nella coscienza (nel pensiero) idee intellettuali e spirituali particolari. In altre parole, le strutture, che cambiano continuamente nella storia, producono come riflesso quelle che Marx chiama sovrastrutture o ideologie. Non è un caso che studiosi di vari saperi, provenienti da diverse scuole di pensiero, se non da diverse appartenenze politiche, si trovino quasi sempre d’accordo con Marx su questo punto.

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