Spinoza e la concezione della Natura

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Spinoza e la concezione della Natura
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Da sempre, ma oggi più che in altri tempi, l’uomo si sente padrone assoluto e incontrastato della Natura, come lo era il Dio giudaico – cristiano, prima che – come tutte le concezioni degli uomini – anch’egli subisse delle trasformazioni. Hegel, che si muove in questa tradizione culturale, concepisce la natura come una specie di immenso bidone dove gli uomini (cosa che non fanno gli animali) possono gettare tutta la “spazzatura” che si vuole, tranne poi a pentirsi (ma solo per poco) dei propri errori, quando la natura (e accade spesso) si ribella alla loro superficialità e prepotenza. Diversa è la concezione che Spinoza offre della madre (e della culla) che ci nutre, la quale, se la si ammala ci trasmette le sue malattie (vedi Terra dei Fuochi). Il filosofo di Amsterdam è volto in una direzione del tutto antitetica a quella che, partendo dal salernitano (cilentano di Velia) Parmenide, attraverso Platone e la filosofia cristiana, giunge fino al pensiero moderno, creando un filone speculativo opposto a quello iniziato da Eraclito di Efeso (Turchia), entro il quale si collocano Plotino, Cusano, Bruno, Spinoza e, in parte, l’idealismo tedesco.
Secondo questo filone, Dio e Natura costituiscono la stessa realtà (Deus sive Natura) laddove, nell’altro filone Dio è visto come spirito trascendente e creatore della natura. Quanto alla scelta di un filone anziché di un altro, Fichte (idealista tedesco) sosteneva che essa, la scelta, dipende sì dalla tradizione culturale in cui ci troviamo inseriti per nascita, ma anche dal carattere di ciascuno e si spingeva a dire che coloro che accettano la concezione che separa Dio e natura, hanno un carattere autoritario e poco rispettoso della libertà, essendo, tra l’altro dogmatici.
Lontani dall’autoritarismo e dal dogmatismo, rispettosi del libero pensiero e di una verità intesa socraticamente come costante ricerca, nel senso che non si dà mai in modo assoluto e definitivo, sono quelli che scelgono l’altro filone.
Quello in cui si ritrova Spinoza, il quale considera la Natura eterna, oltre che madre e figlia di se stessa. Nel suo libro “Etica” (Boringhieri), egli, rivedendo concetti che risalgono ad Aristotele, afferma che la Natura è sostanza, intendendo “per sostanza ciò che è in sé ed è concepito per sé”, nel senso che ha in sé la propria causa. “Per causa di sé intendo ciò, la cui essenza implica l’esistenza.”
Concetti apparentemente difficili, ma che stanno ad indicare che la Natura è una realtà in sé compiuta, non ha bisogno di cause esterne per essere spiegata e da sé produce ogni cosa (anche figli degeneri e irrispetosi come gli umani). Spinoza infatti definisce la Natura in un duplice senso, come “Natura naturans”, la Natura che possiede tutto in sé, e “Natura naturata” la Natura che, come un albero che produce da sè i suoi frutti, genera da sé ogni cosa. Se sposassimo almeno in parte questa concezione, staremmo più attenti alla natura, cioé a noi stessi e salvaguarderemmo le generazioni che verranno dopo di noi, alle quali non possiamo consegnare il mondo che, per una molteplicità di egoismi, stiamo costruendo.
Si leggeva pochi giorni fa che cento milioni di americani, il loro presidente in testa, non credono al riscaldamento del clima, quando persino i cinesi (insieme agli americani tra i maggiori inquinatori del pianeta terra) pare firmeranno gli accordi volti a ridurne le cause.
E a salvaguardare la natura.

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