Davvero l’Italia è destinata a un declino inarrestabile

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Davvero l’Italia è destinata a un declino inarrestabile
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C’è un’opera di un grande genio della letteratura politica, che ormai si studia poco, e che potrebbe aiutare a comprendere alcuni fenomeni storico-politici, come quelli della crisi di uno stato o di una nazione. Si tratta de’ “Il Principe” di Niccolò Machiavelli, di cui, Ugo Foscolo, ne’ “I Sepolcri”, scrisse colui “che temprando lo scettro ai regnator, gli allor ne sfronda, ed alle genti svela di che lagrime grondi e di che sangue”.
Ebbene, ne’ “Il Principe”, l’autore dice, con una chiarezza inequivocabile, che tra le varie forme di principati conosciuti nella storia, destinati a perire per primi sono quelli ereditari.
Ora, se si estende il concetto a tutto ciò che in qualche modo si riceve in eredità, se ne deduce che, ignorando la fatica e il valore della conquista, esso è, per sua natura, destinato ad essere sperperato e distrutto.
Gli italiani hanno ricevuto in eredità uno Stato (quello nato dalla resistenza al fascismo, per intenderci) di cui, tranne in alcuni momenti, per così dire felici, non si sono mai curati granché, affidandolo a menti e mani fameliche, pessimo esempio per la collettività, i gruppi e gli individui.
A confortare questa tesi, è molto interessante la lettura che del declino del nostro paese, dove da decenni non si cresce più in alcun campo, fornisce, con documenti e dati sperimentali, Piero Paolicchi, docente di Psicologia sociale nell’Università di Pisa e direttore del Centro di Ateneo per la Formazione e la Ricerca Educativa. Nel suo saggio, “Il Fattore” che ha per sottotitolo “Per una teoria generale dell’imbecillità”, egli attribuisce il declino del nostro paese al diffondersi esponenziale dell’imbecillità, che ha come origine quella che egli chiama “anorresia culturale” diffusa tra i cittadini, indotta da chi detiene il potere, e che di costoro costituisce la massa di manovra o del consenso.
“Come la saggezza multidisciplinare insegna, la fame guzza l’ingegno, e ci si può permettere di essere e restare imbecilli solo quando qualcuno, persona o gruppo o sistema, grantiscono il pane quotidiano, senza che ce lo dobbiamo procurare.”
Questa massa enorme, in cui sono comprese tutte le classi e le professioni, massa che consuma e non produce, “è priva di quel patrimonio di umanità che si dispiega attraverso il faticoso sforzo di acquisizione e di rielaborazione di un “ethos” come insieme di moventi e di valori diversi da quelli della semplice sopravvivenza o dell’utile e dell’adattamento immediati.” Essa “non è in grado di farsi carico del compito di costruirsi il proprio mondo e il proprio destino.”
Oggi, sembra dire Paolicchi, basta dare ai giovani un po’ di sport, di televisione, di motorini, cellulari per navigare nel mondo, una birretta (nuovo status simbol), sufficienti a fregarsene del presente e del futuro.
Molti di essi, o la maggioranza, saranno pure bravi a gestire (talvolta anche a peggiorare) l’esistente, ma non sono stati messi nelle condizioni di risollevare le sorti del paese, scoprendo e ponendo in essere capacità inventive e creative, al punto che i migliori, quelli che vogliono costruire il nuovo, sono costretti ad “andare in esilio”, dove non poche volte ricevono gratificazioni e riconoscimenti. Se questi ultimi diventassero punti di riferimento di molti, utilizzando le residue risorse di coloro che ci hanno preceduto senza sperperarle, forse l’Italia potrebbe ancora sperare di risolleversi da un inglorioso e pesante declino.

 

di Domenico Casa

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