Il ciabattino e il banchiere

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Il ciabattino e il banchiere
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è la storia di un ciabattino
che pur facendo vita da tapino
cantava da mattina a sera
come se fosse eterna primavera.

Cantava meglio d’un canarino
quel simpatico ciabattino,
lui era felice così com’era,
migliore di lui al mondo non c’era.

Era un campione di sapienza,
al più non dava importanza,
s’accontentava di quel che aveva,
era allegro e se la rideva.

Nei pressi suoi viveva un banchiere
di quelli muniti di un forziere,
dove custodiva il suo tesoro
fatto di soldi, gioielli e oro.

Aver tanti soldi non è un gioco
e l’epulone nostro dormiva poco,
questa cosa molto lo preoccupava
e con se stesso se ne lamentava.

“Il posseder tutti questi averi
-diceva- mi dà parecchi pensieri
e il sonno che a tutti è dato
a me che tutto ho, è negato”.

“Al mercato non lo posso comprare
come si fa col bere e col mangiare”
ma la soluzione non trovava
e a non capir perché continuava.

Così un giorno di primo mattino
al palazzo chiamò il ciabattino
e tosto gli disse: “La vostra allegria
parola mia, mi mette fuor di via”.

“Voi solamente scarpe aggiustate
eppur siete contento e cantate,
nel dubbio m’arrovello e mi danno,
ma voi, quanto guadagnate all’anno?”

“All’anno? – rispose l’altro ridendo,
di calendario io non m’intendo,
la mia vita procede alla giornata,
poche cose e una canticchiata”.

“Un po’ di pane e un bicchierino,
quando c’è, e un sano pisolino,
per ora risponde bene la salute
e a nulla m’occoron le valute”.

L’altro: “Toglietemi da quest’inferno,
ditemi, almeno, quanto al giorno?”
Il ciabattino: “Cara eccellenza,
di questi conti io ne faccio senza”:

“Un giorno in più, un altro in meno
ma, comunque, vivo assai sereno,
vorrei vivere meglio, certamente
ma è meglio così invece che niente”.

Al nababbo piacque quel tono pacato
e pensò: “Quest’uomo dev’esser premiato!”
In quel momento aprì il forziere
e fece un’azione da banchiere.

“Sono cento scudi, ecco, prendete
e i vostri problemi risolverete”
-disse al ciabattino meravigliato
che la fortuna pareva aver trovato.

“Cento scudi! non gli sembrava vero,
credette d’aver una montagna d’oro,
tornò a casa e per essere sicuro
il tesoro seppellì dentro un muro.

Ma con esso seppellì la sua pace
perché da quel dì non fu più felice
divenendo sempre preoccupato
che quel tesoro avessero rubato.

Quel tesoro, certo, era vitale
ma gli arrecava anche del male,
così con l’umore sempre più giù
il ciabattino non cantò più.

Prese il coraggio a due mani
e disse: “Adesso e non domani,
vivere in tal maniera non si può”
e dal banchiere veloce si recò.

“I cento scudi – disse – vi restituisco
perché viver con essi non riesco,
il sonno mio mi dovrete ridare
e a cantar voglio ricominciare”.

“Mi riprendo pure, senza rancore,
la spensieratezza e il buon umore,
fece, quindi, un profondo inchino
e felice andò il ciabattino.

di Salvatore Spinelli

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