Autismo e animali: un legame speciale

Autistici e animali: un legame speciale, un binomio che può funzionare. L’esempio più famoso è quello di Temple Grandin, la grande scienziata americana, nata a Boston nel 1947, che, affetta da un disturbo dello spettro autistico nella sua variante ad alto funzionamento, detta sindrome di Asperger, fu spinta dal forte legame affettivo e simbiotico con gli animali a laurearsi in psicologia e zoologia.

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Autismo e animali: un legame speciale
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Autistici e animali: un legame speciale, un binomio che può funzionare. L’esempio più famoso è quello di Temple Grandin, la grande scienziata americana, nata a Boston nel 1947, che, affetta da un disturbo dello spettro autistico nella sua variante ad alto funzionamento, detta sindrome di Asperger, fu spinta dal forte legame affettivo e simbiotico con gli animali a laurearsi in psicologia e zoologia. La studiosa ha progettato attrezzature per il bestiame che hanno rivoluzionato le pratiche di trattamento degli animali negli allevamenti, ed è diventata un simbolo, come racconta anche il film su di lei “Temple Grandin – Una donna straordinaria”, delle potenzialità dei soggetti autistici e del rapporto privilegiato che hanno con gli animali. Da bambina, durante una visita presso il ranch di sua zia, Temple rimase affascinata da una macchina che abbracciava le vacche per calmarle, e un giorno, durante un attacco di panico, entrò nella macchina e la mise in funzione su se stessa, trovando ristoro per la sua ansia. A 18 anni al college, memore di quell’episodio infantile, costruì una “Macchina di Compressione”, la cosiddetta “macchina degli abbracci”, che abbracciava e stringeva tutto il suo tronco, calmandola quando era preda di crisi nervose. Questo sistema di contenimento dell’ansia funzionò anche in modelli di attrezzature che progettò a favore dei suoi amati animali. Secondo Temple, il suo successo nel lavoro di progettista dipende proprio dalla sua condizione di autistica, perché le permette di soffermarsi su dettagli minutissimi ed è in grado di utilizzare la memoria visuale come fosse un supporto audiovisivo, sperimentando mentalmente le diverse soluzioni da adottare; inoltre sempre grazie al suo autismo riesce a prevedere le sensazioni che proveranno gli animali sui quali verrà utilizzata l’attrezzatura. Altro caso famoso quello di Iris Grace, la bambina autistica con un talento prodigioso per l’arte, i cui quadri dai meravigliosi colori incantano il mondo, che ha fatto passi da gigante grazie all’aiuto della sua inseparabile amica, la gatta Thula. Anche senza arrivare ai casi estremi di queste persone autistiche, sono numerosi gli studi scientifici che dimostrano la vantaggiosa interazione degli autistici con gli animali. Lo spettro autistico è caratterizzato da marcata alterazione dell’interazione sociale, della comunicazione e del linguaggio, nonché da interessi ristretti e comportamenti stereotipati.

Su tutte queste aeree, l’interazione con gli animali può sortire vantaggi, che sono stati evidenziati negli studi condotti in merito:

Sviluppo di un canale di comunicazione non verbale

La comunicazione con gli animali, essendo di tipo non verbale, consente al bambino autistico di servirsi di uno spazio relazionale a lui più consono, che non lo spaventa e da cui non si sente minacciato. Un bambino affetto da autismo ha problemi a decifrare atteggiamenti e comportamenti umani, mentre il linguaggio degli animali è più semplice e immediato. Tra la persona e l’animale si crea infatti un rapporto diretto, autentico e lineare, fatto di linguaggio corporeo e percezione degli stati emotivi reciproci.

Stimolazione sensoriale.

Il contatto pelle a pelle tra animale e bambino, funge, attraverso il tatto, da potente stimolatore sensoriale e può diventare innesco per l’avvio di una relazione.

Intermediario della relazione con gli umani.

L’animale può fungere da intermediario per stabilire o rinsaldare la relazione con gli esseri umani, rompendo l’isolamento e facilitando la comunicazione. Per i cani, in particolare, è stata studiata questa funzione di “lubrificanti sociali”, nel senso che i bambini con autismo, quando giocano con i loro cani, riescono ad aprirsi con loro, come se gli animali facessero da “ponti” tra i piccoli. In tal senso, il cane impersona il ruolo di “interprete”, facendo da veicolo sociale tra i bambini.
Il primo a teorizzare questo ruolo degli animali è stato uno dei padri della pet-therapy, lo psicoterapeuta infantile statunitense Boris Levinson negli anni ’50, che arrivò a questa intuizione in modo casuale. Come lui stesso raccontò, il medico possedeva un dolce cocker, Jingles, con cui si intratteneva prima delle sedute coi bambini. Un giorno, un suo giovane paziente affetto da una grave forma di autismo che lo rendeva chiuso ad ogni forma di comunicazione, arrivò alla seduta in anticipo. Jingles non appena vide il bambino gli andò incontro, lo annusò, lo osservò, gli girò intorno e il piccolo si lasciò annusare senza mostrare alcun segno di paura, anzi ne fu affascinato e attratto e rispose all’accoglienza dell’animale carezzandolo. Quel giorno, al termine della seduta, il bambino espresse il desiderio di poter giocare altre volte con il cane. Fu la prima volta che comunicava verbalmente con il terapeuta. Levinson lasciò che il bimbo giocasse con Jingles nelle successive sedute terapeutiche, e gradualmente si inserì nel gioco riuscendo infine a stabilire un contatto col bambino. Il cane era diventato un “elemento transizionale” tra il terapeuta e il bambino, creando una sorta di zona franca dove due mondi diversi, quello del medico e quello dal paziente, potevano finalmente convergere.

Effetto calmante.

Si è provato che in presenza degli animali si riducono l’ansia sociale, l’aggressività e gli scatti emotivi dei bambini autistici, grazie ad un effetto calmante, confermato dai dati fisiologici della diminuzione del cortisolo libero, l’ormone dello stress. Secondo i ricercatori Francesca Cirulli ed Enrico Alleva dell’Istituto Superiore di Sanità, che hanno passato al vaglio le pubblicazioni scientifiche sulll’influenza del cane sui bambini autistici, l’animale funge da stabilizzatore emotivo e catalizzatore dell’attenzione.

Stimolo sociale.

Avere un animale può migliorare le capacità sociali e comunicative di un bambino autistico, in quanto, può essere portato ad uscire dal suo isolamento per sapere e conoscere più cose possibili su di lui. In particolare, la dottoressa Gretchen Carlisle, ricercatrice dell’Università del Missouri, ha trovato che i bambini affetti da autismo, che hanno un cane o altro animale domestico, hanno maggiori competenze sociali rispetto a quelli che non lo hanno: sono più aperti, riescono a presentarsi, a chiedere informazioni o a rispondere alle domande delle persone, se queste iniziano vertendo sul cane: quando uno sconosciuto inizia una conversazione parlando dell’animale che il bambino ha a cuore, aumentano le possibilità di ottenere una risposta da parte del bambino. Questo perché l’animale è un argomento importante da condividere, che fluidifica il processo di socializzazione.

Miglioramento dei sintomi con programma di pet-therapy

Gli studi hanno evidenziato nei bambini autistici dopo trattamento con pet-therapy un miglioramento di attività e partecipazione (in termini di reattività agli stimoli e di reazione alle attività proposte), un incremento dei comportamenti socializzanti e dei rapporti familiari, grazie anche a una più appropriata espressione dell’affettività e delle emozioni, e un allungamento dei tempi di attenzione, con una attenuazione dei comportamenti sintomatici, quali l’isolamento, l’iperattività, le stereotipie, l’ecolalia, la masturbazione, l’autolesionismo.

Assistenza alla persona.

La maggior parte dei bambini con autismo non dispone del concetto di sicurezza personale, e in USA i cani sono stati specificatamente addestrati per l’assistenza ai bambini autistici (“service dog” o “assistance dog”), svolgendo il compito di guardiani a protezione del piccolo dai pericoli esterni.
Gli animali più sperimentati nel rapporto con i bambini autistici sono i cani, ma anche altri (gatti, conigli, cavie, uccellini, pesci) possono essere adatti. Gli animali andrebbero scelti ponderatamente in base alle caratteristiche individuali del soggetto autistico e alle sue preferenze. Le attuali conoscenze permettono di ipotizzare che la terapia assistita con animali negli autistici, possa svolgere un’efficace funzione terapeutica, stimolando la conoscenza ed il contatto con l’altro (animale, terapeuta, operatore, bambino impegnato nella stessa attività), che apre una breccia nei suoi meccanismi difensi

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