Io voglio camminare – II parte

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Io voglio camminare
Io voglio camminare – II parte
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“Ognuno di noi ha la sua strada da fare, prendi un respiro ma poi tu non smettere di camminare..”

Usciva da un delicato intervento al cervello, con asportazione di parte della calotta cranica, cui era seguito un periodo di coma ed una vistosa emiparesi sinistra, ossia una compromissione motoria, sensitiva e propriocettiva sullo stesso emilato corporeo sia dell’arto inferiore che superiore (sul quale si era sovrapposta anche una lussazione alla spalla per uno spostamento incauto dalla barella al lettino), dopo un ricovero in clinica riabilitativa durato sei mesi, era tornata a casa, ma non era per niente soddisfatta delle autonomie raggiunte; le avevano detto che doveva rassegnarsi, perché “dopo i sei mesi non si recupera più nulla”… ma lei sentiva che sarebbe riuscita ad ottenere qualcosa in più..
Deambulava con un tutore al piede e un bastone e con una persona rigorosamente davanti, usava gli arti inferiori come due pilastri rigidi, non controllava il tronco e non ripartiva il carico, guai a pensare di farla sedere a terra o farla lavorare carponi: qualsiasi perturbazione poteva destabilizzarla e farla cadere…
Come al solito mi soffermai, prima di iniziare, sul mio ragionamento clinico, deducendo che si erano sovrapposti più problemi che la stavano incatenando: dovevamo distruggere tutti gli schemi patologici e i compensi per capire davvero quale fosse il suo potenziale funzionale.
è stato difficile far capire a R. che gran parte di quello che faceva per muoversi era sbagliato, o meglio: non era affatto economico, le richiedeva cioè un dispendio di energie eccessive rispetto a quelle che realmente sarebbero servite e che quindi lei stessa, ipersollecitandole, stava conducendo le sue strutture ad una usura e uno sfiancamento precoci, favorendo l’istaurarsi di compensi patologici che a loro volta avrebbero ulteriormente sfiancato le strutture, deformandole e riducendo sempre più la funzione stessa: il classico cane che si morde la coda.
Abbiamo e stiamo ancora affrontando un percorso lungo e faticoso in cui la funzione “cammino” è stata smontata nelle sue più piccoli componenti e si è lavorato ponendo attenzione sul tronco e sul bacino, poi sugli arti inferiori e superiori in tutti i segmenti separatamente, quindi congiuntamente, quindi in maniera combinata e alternata, sono stati inseriti sbilanciamenti posturali, perturbazioni ambientali di tutti i tipi, e infine la psicocinetica, utilizzata nel mondo dello sport.
R. pretendeva (e tuttora pretende) dal suo corpo prestazioni motorie di livello elevato e allora perché non provare ad “allenarla” a gestire i movimenti nello spazio non in maniera stereotipata, ma prendendo in considerazione la enorme imprevedibilità delle situazioni stesse proprio come fanno gli sportivi, con i dovuti accorgimenti e tutte le precauzioni del caso, ma soprattutto con la consapevolezza dell’obiettivo completamente diverso da quello a cui avevo “rubato” l’idea per renderla terapeutica.
Ancora più difficile è stato farle capire che io (o qualsiasi altro fisioterapista) non detengo la verità assoluta o la sfera di cristallo per predire dove, come, quando e se si raggiungeranno gli obiettivi prefissati: io mi limito ad osservare, ragionare, valutare, proporre, controllare e se vedo “difetti di esecuzione” modificare o altrimenti a godermi lo spettacolo. Ma la cosa più difficile di tutte è stata farle capire che con i suoi buonissimi dolci (che porta una seduta si e l’altra pure) fatti rigorosamente da lei, ci stava facendo lievitare tutti.

Oggi, a distanza di un anno, R. prosegue con il suo percorso riabilitativo con la stessa tenacia del primo giorno ma con un umore decisamente più gioioso, i medici che le dicevano che “dopo sei mesi non si recupera più” si compiacciono nel vederla e la esortano a continuare, se le porgi una mano per camminare si offende, si fa tranquillamente lo shampoo da sola, se non lavora almeno mezz’ora a tappeto si lamenta che la seduta non è abbastanza tosta, racconta ad ogni nuovo arrivo del centro che lei “un anno fa stava inguaiata”…
E alterna i dolci a quiche di zucchine e formaggio.. ma, per la gioia di tutti, questo è il male minore.

 

di Brigida Pinto

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