Io voglio camminare

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Io voglio camminare
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Camminare è una funzione che, neuromeccanicamente, può essere definita come la successione di movimenti ritmici alternati degli arti inferiori, del bacino, del tronco, degli arti superiori e del capo che, determinando uno spostamento in avanti del centro di gravità, producono, attraverso una serie di rotazioni e traslazioni di tutti i segmenti articolari interessati, la progressione del corpo in avanti.
Non esiste volontarietà nel camminare se non nel suo avvio, nelle variazioni di percorso e nella decisione di arrestarsi: tutti i movimenti, cioè, avvengono in maniera automatica secondo un programma ontogenetico che inizia ad essere sviluppato ad un anno di vita e va perfezionandosi fino ai tre anni. Esiste tuttavia un fenomeno di ridondanza, presente a livello cinematico e muscolare, che realizza schemi di movimento e di reclutamento muscolare differenti a seconda delle necessità fisiologiche del proprio particolare cammino o di quelle patologiche allo scopo di compensare eventuali deficit.
Per ciclo del cammino (o passo) si intendono tutti i movimenti eseguiti tra l’appoggio di un tallone ed il successivo appoggio dello stesso tallone (scelto come riferimento perché momento più visibile e facilmente individuabile) : ogni passo si distingue di due fasi, descritte in letteratura dagli studi di Jacquelin Perry e denominati fase di stance e fase di swing. Durante il cammino, una gamba serve come supporto mentre l’altra avanza in un nuovo sito di supporto, poi le gambe invertono i ruoli e la gamba che era stabile diventa mobile, mentre la gamba mobile diventa stabile. Grossolanamente possiamo dire che la fase d’appoggio occupa il 60% della ciclo del passo, mentre il 40% è costituito dalla fase d’oscillazione, dipartiti in un 10% per il doppio appoggio iniziale, 40% per il supporto di una singola gamba, 10% per il doppio appoggio finale. Questi tempi variano secondo la persona e la velocità con cui cammina. La distribuzione del peso è il compito più impegnativo del ciclo del passo: la sfida costa nel trasportare il peso sopra la gamba che ha appena finito l’oscillazione in avanti ed ha un allineamento instabile. Durante il cammino, il corpo è funzionalmente diviso in due unità. La prima è il passeggero, la seconda il locomotore, sebbene in entrambe ci siano movimenti e azioni muscolari, l’intensità del lavoro e del coinvolgimento nel cammino sono differenti.

[alert_box style=”info” close=”yes”]La distribuzione del peso è il compito più impegnativo del ciclo del passo[/alert_box]

Il passeggero, che è costituito dal tronco, la testa e le braccia, riduce al minimo il suo coinvolgimento nella funzione diventando, appunto un passeggero, virtualmente responsabile soltanto del suo allineamento sul sistema locomotore: Elftman lo chiama H.A.T. (Head, Arms, Trunk) per enfatizzare il concetto che questa unita sta sopra al sistema proprio come un cappello. Il centro di gravità di questa struttura si trova appena davanti alla decima vertebra toracica.
Le due gambe e il bacino invece formano il sistema locomotore, anatomicamente più complesso. Esso consiste di numerose articolazioni: dalla lombosacrale alle anche, ginocchia e caviglie, l’articolazione subtalare, le metarsofalangee; segmenti ossei: bacino coscia, gamba, piede e dita che servono da leve e per ogni arto muscoli, ben 57 che ne controllano il movimento. Il bacino, In particolare, funge da ponte tra le gambe e unisce il tronco con le anche. L’apparato locomotore supporta quattro funzioni principali:

  • Genera la forza propulsiva
  • Mantiene la stabilità nonostante i cambiamenti della postura.
  • Minimizza gli urti dell’impatto col suolo
  • Conserva l’energia riducendo la richiesta dello sforzo muscolare.

L’adempimento di queste funzioni dipende da schemi motori distinti, che s’intersecano nei tre piani dello spazio, ciascuno dei quali rappresenta una serie complessa di relazioni tra la massa del corpo e gli arti.
Camminare su un terreno accidentato, salire, scendere, cambiare direzione, correre, ballare, praticare uno sport, sono tutte attività che hanno bisogno di un certo impegno, ma sebbene siamo diverse le richieste tutte hanno in comune un modello funzionale di base che è progredire in avanti su un terreno pianeggiante.
Ma camminare non è solo neurofisiologia. Camminare significa possibilità di affermare se stessi (“vado a fare..”), di dimostrare affetto (“ti corro incontro”) o disappunto (“mi alzo e me ne vado”), di garantirsi una propria autonomia (“scappo a lavoro”): camminare significa essere liberi.
E lo sa bene R… superdonna sempre di corsa, attiva e indipendente che da un giorno all’altro si è trovata “imprigionata” nel suo corpo. Io l’ho conosciuta in lacrime, ricordo il suo viso e l’unica frase che mi disse quel giorno di un anno fa: “Io voglio camminare, tu mi devi far camminare..”
La mia risposta, cruda e secca, come faccio sempre, rasentando l’antipatia, per testare la volontà dei miei pazienti fu: “Io non devo fare proprio niente, tu devi camminare, se vuoi..”.
Usciva da un delicato intervento al cervello, con asportazione di parte della calotta cranica, cui era seguito un periodo di coma ed una vistosa emiparesi sinistra, ossia una compromissione motoria, sensitiva e propriocettiva sullo stesso emilato corporeo sia dell’arto inferiore che superiore (sul quale si era sovrapposta anche una lussazione alla spalla per uno spostamento incauto dalla barella al lettino), dopo un ricovero in clinica riabilitativa durato sei mesi, era tornata a casa, ma non era per niente soddisfatta delle autonomie raggiunte; le avevano detto che doveva rassegnarsi, perché “dopo i sei mesi non si recupera più nulla”.. ma lei sentiva che sarebbe riuscita ad ottenere qualcosa in più..
Deambulava con un tutore al piede e un bastone e con una persona rigorosamente davanti, usava gli arti inferiori come due pilastri rigidi, non controllava il tronco e non ripartiva il carico, guai a pensare di farla sedere a terra o farla lavorare carponi: qualsiasi perturbazione poteva destabilizzarla e farla cadere..
Come al solito mi soffermai, prima di iniziare, sul mio ragionamento clinico, deducendo che..

(continua..)

 

di Brigida Pinto

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