Educare i bambini alle emozioni

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Educare i bambini alle emozioni
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Molte ricerche condotte in diversi Paesi segnalano la tendenza dell’attuale generazione di bambini e adolescenti a manifestare un crescente numero di problemi emozionali e disturbi neuropsichici.
Ciò è dovuto soprattutto all’ambiente e all’atmosfera in cui vengono allevati, dove respirano elevati livelli di stress sin dalla tenerissima età, e un’ansia e allarmismo esagerati nei propri confronti.
I bambini dovrebbero avere solo una minima esposizione a situazioni stressanti, quelle formative per la crescita, come il fronteggiare i bisogni primari: fame, sete, evacuazioni, sonno, camminare, cadere, rialzarsi ecc.
Invece sui bambini di oggi le famiglie tendono a concentrare un’attenzione spasmodica e ossessiva, generata spesso dal “troppo amore”, che produce ansie, traumi, vissuti emotivi svalutanti o d’inadeguatezza, disagio emotivo, che possono tradursi in futuro in vari ordini di disturbi mentali, quali somatizzazioni (dolori addominali, cefalee), disturbi del sonno, tics, balbuzie, mutismo selettivo, fobia scolare, attacchi di panico, depressione, disturbi alimentari, disturbi psicotici. La parola “stress” nasce in ambito metallurgico: si riferisce alla capacità del metallo di reagire a fonti di usura; non esprime quindi un concetto di rottura, ma rappresenta quello stato di eccessiva tensione, prima della rottura.
Non si guarisce facilmente dalle ferite dell’infanzia, ammoniscono gli psicoterapeuti. Anche piccoli traumi in età evolutiva che si ripetono nel tempo, non sufficientemente protetti e contenuti dalle figure genitoriali, possono lasciare tracce indelebili perché operano in un’età in cui l’Io’ non è ancora ben strutturato e definito. Per reagire, spesso vengono attivati nella psiche del bambino dei meccanismi di difesa, che al momento sono in grado di sostenerlo e salvarlo da gravi reazioni psicologiche, ma nel tempo si strutturano in rigidità del carattere fino a diventare delle vere e proprie patologie.
I traumi più noti e studiati sono le malattie croniche, i lutti con perdita di figure di riferimento, la deprivazione materiale, il conflitto tra genitori e/o la loro separazione, gli abusi che possono essere di molti tipi, sia fisici che psicologici, sia diretti che assistiti, ma più che l’evento in sé, è il modo in cui il genitore lo fa vivere al bambino a condizionare lo sviluppo di una personalità sufficientemente robusta e strutturata da un punto di vista psicologico o meno.
Tutto parte dalla relazione di “attaccamento” con i genitori. L’attaccamento, spiegano gli psicologici, “è come il respiro”, ed è fondante per l’equilibrio psico-affettivo dell’individuo, è la necessaria base sicura per la crescita emotiva. La relazione di attaccamento è quella che ci consente di diventare “resiliente”, cioè capaci di resistere a situazioni problematiche o traumatiche senza soccombere, perché sorretti da una forza interiore che ci mantiene in equilibrio e fa reagire in modo positivo ad eventi traumatici.
La resilienza ha la sua radice nei “modelli operativi interni” che sono gli schemi mentali entro cui far rientrare tutte le esperienze vissute e che il bambino si costruisce nei primi due o tre anni di vita, attraverso le relazioni interpersonali con le persone che si prendono cura di lui. In base alla risposta della figura di attaccamento (chi lo accudisce) alle sue richieste quando sente paura, dolore, fame, freddo, il piccolo costruisce modelli di relazioni significative che lo accompagneranno per tutta la vita.
Questo modello di reazione tende a permanere e a rinforzarsi nel tempo e a rendere il bambino, e poi l’adulto, corazzato e resistente all’impatto turbativo di eventi stressanti, non evitabili nella vita, con la capacità di elaborare e ammortizzare le esperienze negative e dolorose.
Ciò significa che se un’esperienza negativa o traumatica avviene in un soggetto che ha avuto la possibilità di strutturare una attaccamento sicuro, il suo impatto sarà meno grave e la possibilità di ripararla decisamente superiore a quella di un soggetto che non ha avuto un attaccamento sicuro.
Un bambino che perde fiducia ed attaccamento sicuro nei genitori, rischia di perdere la sua sicurezza futura. Tutti i bambini sviluppano infatti istintivamente attaccamento ai genitori, ma questo può essere, a seconda del loro atteggiamento, di tipo “sicuro”, se i genitori li fanno sentire protetti, o “insicuro”, quando il piccolo lo adotta per stare vicino ad un genitore che non gli dà sicurezza di protezione emotiva. L’attaccamento sicuro è la base efficiente da cui il bambino si può separare per esplorare il mondo, e il rifugio in cui rintanarsi per ricevere protezione. Si chiama ‘circolo della sicurezza’, all’interno del quale il bambino sereno si muove, allontanandosi dal genitore per esplorare il mondo e facendovi ritorno nella ricerca di aiuto. Il comportamento problematico emerge quando non c’è equilibrio tra la fase del rifugio sicuro e quella dell’esplorazione, quando tra le due dimensioni c’è rigidità e conflitto, e questo dipende dalla capacità dei genitori di stabilire una relazione emotiva positiva col figlio, fatta di un giusto mix di libertà e protezione, di amore senza ansia, di dono di se stessi senza possessività.
Un buon genitore è quello capace di comprensione empatica del proprio bambino, perché coglie i suoi segnali e gli insegna a scambiare emozioni in modo costruttivo. Da qui la necessità che i genitori insegnino ai bambini l’alfabeto emozionale, quale insieme di capacità di interpretare i propri sentimenti ed interfacciali con quelli degli altri. Le emozioni rappresentano la prima esperienza che i bambini fanno del mondo e delle relazioni con le persone che li circondano. Attraverso le emozioni danno forma ai propri pensieri, agli apprendimenti, ai legami affettivi, al proprio percorso di crescita.
Le emozioni dei bambini hanno un’influenza rilevante sull’apprendimento, sui meccanismi cognitivi come la capacità di riflettere, la memoria e l’attenzione, oltre che sulla qualità dei rapporti interpersonali che instaureranno nel corso della vita. Aver cura della vita emotiva dei bambini significa offrire loro strumenti preziosi per conoscere il proprio mondo interiore imparando a decodificarlo, a tradurlo in parole, dialogo e confronto.
La qualità della vita futura sarà influenzata dal modo in cui il piccolo apprende, fin dai primi anni, ad affrontare le proprie emozioni.
Educare il bambino alle emozioni è vitale quanto preoccuparsi della sua nutrizione o di proteggerlo dalle malattie fisiche, benchè troppo spesso sottovalutato dai genitori, concentrati sempre sulla paura che magari non mangi abbastanza o non metta peso sufficiente o abbia la febbre, senza sapere che ciò che farà di lui un adulto felice o meno non è certo quante volte ha avuto l’influenza o quanto latte ha bevuto, ma gli strumenti emotivi di cui lo abbiamo corredato per fronteggiare le immancabili difficoltà della vita.
Aiutare i bambini a sviluppare l’intelligenza emotiva significa insegnare loro alcune capacità fondamentali, quali comprendere le proprie emozioni, riconoscerle negli altri, imparare ad esprimerle, non restarne sopraffatti. Essere emotivamente competenti significa avere consapevolezza delle proprie emozioni, saperle gestire, ascoltare le emozioni altrui.
Ciò può avvenire soltanto col continuo esempio dei modelli di riferimento, i genitori in primis, che devono imparare a prendere dimestichezza con la propria dimensione emotiva e quella del figlio.
Dobbiamo insegnare ai bambini a riconoscere un sentimento nel momento in cui si presenta, ad indicare, utilizzando un termine adeguato, il vissuto emotivo che lo caratterizza in quel momento, in modo da poterlo comunicare ad altri, ad ampliare il proprio vocabolario emotivo, discriminando inoltre la diversa intensità con cui ciascuna emozione può manifestarsi in diverse circostanze, a controllare le proprie emozioni, non nel senso di reprimerle, ma di renderle congruenti con le circostanze, in modo da avere un maggiore controllo delle situazioni e sviluppare stati d’animo positivi, ed infine a percepire e comprendere le emozioni altrui, riuscendo ad essere sensibili ed empatici.
Anche l’empatia, come l’autocontrollo, si fonda sull’autoconsapevolezza: per riconoscere i sentimenti altrui è infatti necessario innanzitutto saper identificare i propri. I bambini cresciuti in ambienti che accolgono positivamente e incoraggiano l’espressione dei sentimenti, e che quindi hanno potuto imparare a identificarli e manifestarli, saranno più competenti nell’identificare i bisogni degli altri e nel prestare loro aiuto, sulla base di tolleranza, rispetto, amore. L’empatia è alla base dei comportamenti prosociali: difficilmente una persona agirà in modo prosociale se non sperimenta empatia per i bisogni dell’altro, cioè se non è sensibile e accogliente verso i suoi simili, se non ha imparato a perdonare e perdonarsi.
L’empatia è la base di un’autentica socialità, che porta a relazioni durature di cooperazione, solidarietà e amicizia. Il racconto di storie rappresenta un formidabile strumento di educazione ai sentimenti per i bambini: attraverso i racconti fantastici si aiutano i piccoli nella stimolazione dell’inconscio, insegnamento morale, rinforzo dell’Io, sviluppo della conoscenza e del linguaggio, soluzione dei problemi, riconoscimento di emozioni nascoste, mascherate o negate, esplicitazione dei loro vissuti emotivi, facilitazione della comunicazione di problemi e situazioni conflittuali. Nutriamo i bambini di parole, di coccole, di stimoli emotivi: porremo le basi della loro felicità.

 

di Carlo Alfaro

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