La Paura della Paura – Seconda Parte

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La Paura della Paura – Seconda Parte
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Nel precedente articolo abbiamo detto che la paura è un’emozione, come la rabbia o l’amore, e indica che qualcosa sta minacciando il nostro equilibrio a livello di sicurezza e sopravvivenza, ma anche di fiducia in noi stessi, negli altri e nell’ambiente che ci circonda. Si tratta di un’informazione lineare, immediata, e funzionale. Pericolo, attenzione, reazione, salvezza. In che modo questa comunicazione importante si trasforma in quel sentimento ambiguo e insidioso, in quella trepidazione senza un perché che ci annichilisce e che finisce per congelare ogni possibilità di cambiamento, costringendoci in vecchi schemi che ci fanno soffrire? E’ molto semplice: si altera quando facciamo finta che la paura non esista, quando la neghiamo con sistematicità, diventando esperti a camuffarla e a non sentirla in modo chiaro. Soprattutto, quando non la risolviamo, andandoci ‘dentro’. La ragione principale di tale negazione è di origine culturale: nella nostra società ‘non è bello avere paura’. Ammettendo di provarla, temiamo di essere etichettati come codardi, vigliacchi, buoni a niente. Non ne possiamo fare a meno poiché i modelli proposti sono sempre vincenti, coraggiosi e indomiti, dei supereroi.
Per adeguarci a tali modelli dobbiamo fingere che un simile sentimento non esista nella gamma di quelli che proviamo. Ci hanno insegnato che è ‘vergognoso’ provare paura, essere insicuri, o provare qualsiasi altra sfumatura di questo sentimento. Molto presto impariamo a mascherarlo con il controllo; diventiamo maestri a simulare un coraggio senza tentennamenti. Aggiungiamo così al blocco energetico della paura quello dell’ipercontrollo: a muro si aggiunge muro.
Purtroppo, anche se negata e ignorata, la paura lavora sotto la superficie e costituisce un vero elemento frenante a vivere pienamente la nostra vita. Essa può riguardare, come vedremo nei prossimi articoli, tutti gli aspetti della nostra vita e, se non viene risolta, ci può letteralmente paralizzare. Ce ne accorgiamo quando, senza un vero perché, ci fermiamo nella corsa che è la nostra quotidianità, trattenuti da una forza ambigua e sfuggente che congiura contro di noi. Tutto diventa difficile, pesante, lento perché la paura blocca il dinamismo e la trasformazione che ci fa crescere: interrompe il movimento che è la vita. Se solo ci fermassimo un istante ad ascoltarci, ci renderemmo conto che l’ostacolo più grosso che si frappone tra noi e questo divenire è, appunto, ‘la paura della paura’. Non appena perdiamo il controllo, manifestiamo la paura in aspetti estremamente creativi: abbiamo paura degli spazi aperti oppure siamo claustrofobici, temiamo i ragni oppure le malattie, paventiamo le débacle in camera da letto o abbiamo il terrore di parlare in pubblico… Sono soltanto piccole manifestazioni di qualcosa di più grosso che non vogliamo vedere, né tantomeno risolvere. Far finta di non avere paura, tuttavia, significa non fare le cose, rinunciare, accampare delle scuse, oppure agire con tensione. Vuol dire pesare ogni parola e ogni gesto, e temere il fallimento. Ne vale la pena?

La ‘decisione’ che determina la paura

Sia che mostriamo la paura o che la nascondiamo, è importante sapere che l’abbiamo creata energeticamente con la nostra decisione di non sentirci mai al sicuro, con la percezione che qualcosa ci minaccia sempre e che dobbiamo sempre difenderci. Questa ‘strana’ decisione, che pare assurdo abbiamo creato proprio noi, va revocata.
Il fatto è che nella nostra vita, le decisioni le prendiamo a volte consapevolmente, a volte in modo inconscio. Qual è dunque la decisione che ha come risultato la paura? Per quale motivo, in tempo attuale o remoto, decidiamo di essere in pericolo anche se, oggettivamente, nulla ci minaccia? Cosa ci fa pensare che il mondo sia un posto ostile, abitato da persone cattive, sempre pronte a farci del male? Da dove si origina il senso di instabilità, di incertezza e sradicamento che non ci fa procedere sicuri nella vita? Spesso questa decisione, che per lo più è inconsapevole, ha origini molto remote. Questo muro, infatti, nasce da un rapporto importantissimo che, per definizione, dovrebbe rassicurarci: quello con chi ci ha messo al mondo, la mamma. Più esattamente, dipende dalle decisioni che abbiamo preso in merito a come funzionava questo rapporto. Quando nella nostra esistenza la paura si reitera, ci procura fallimenti o malattie, dobbiamo indagare in questa direzione.
In genere, nella nostra società, la funzione della mamma è quella di provvedere al nutrimento, non soltanto fisico ma anche emozionale e affettivo, e di creare una ‘tana’ sicura per i cuccioli. Il bambino, che fino all’età di tre anni le è fortemente legato dal punto di vista energetico, impara dalla mamma e dal suo modo di essere se fidarsi o sentirsi minacciato. Anche se ognuno di noi è un grande spirito, anche a quell’età, e potrebbe respingere la paura, a causa del legame preferenziale che abbiamo con lei spesso non è così facile. Per lo più finiamo per accettare il modello che ci viene proposto e ci adeguiamo. Il campo energetico del bambino, quando è molto piccolo, è aperto per definizione alle energie dei genitori e risente fortemente dell’atmosfera in cui vive. Il rapporto con la madre è di primaria importanza, da esso, infatti, il bambino trae le considerazioni su come ‘gira il mondo’ in fatto di soddisfacimento dei bisogni primari, cioè degli aspetti che nel futuro avranno la funzione di rassicurarlo. Ovviamente le decisioni che il bambino prende sono frutto di ciò che fa la madre, del suo modo di essere, delle sue priorità, dei suoi filtri percettivi e delle decisioni che lei stessa ha preso in precedenza. Percepire la propria madre come presente e ‘nutriente’ porterà il bambino a credere che, per quanto riguarda i bisogni primari, ‘ce ne sia sempre in abbondanza’; ma se lui si sentisse di dover faticare per avere l’attenzione della mamma, potrà interpretare l’evento come minaccioso e decidere: ‘Io sono sempre l’ultimo, chissà se ce ne sarà abbastanza per me’, oppure: ‘ Devo sempre sgomitare per avere quello di cui ho diritto’. Come ogni persona, il piccolo reagirà creandosi degli schemi mentali che, una volta cresciuto, se non li revocherà consapevolmente, applicherà a tutto ciò che rappresenta la sicurezza. Avrà forti insicurezze relative al denaro, alla casa, al lavoro, ai beni materiali e, soprattutto, alla fiducia in se stesso.
Concludere che la relazione con nostra madre è stata difficile, o poco nutriente, o percepita come non sicura si riverbererà su tutto ciò che rappresenta la sicurezza nella nostra vita, con la medesima difficoltà che abbiamo incontrato da piccoli. Di contro, se abbiamo deciso che il legame con lei ci rassicurava, ci faceva sentire nutriti e protetti ed era facile, avremmo in seguito la sensazione di fiducia, di poter contare sempre su quello di cui abbiamo bisogno nella vita, e senza sforzo!
Se abbiamo deciso di non sentirci al sicuro in seguito a qualcosa fatto dalla mamma, o che lei non ci ha amato come avremmo voluto, può succedere che recidiamo le nostre radici energetiche creando un muro e diamo inizio alla spirale della paura che ci porta a credere di non essere sostenuti dal flusso della vita e di esserne in balìa.
Dobbiamo ricordarci, tuttavia, che non importa da quanto tempo abbiamo costruito quel muro, basta che ci riequilibriamo, riconnettendoci con l’energia del ‘materno’, della Madre Terra, per ricreare il flusso vitale e creativo. E’ importante ritrovare quel meraviglioso cordone ombelicale che ci unisce alla Terra, diventare solidamente ‘reali’, presenti nel qui ed ora e dinamicamente vivi. Ricreeremo le radici che abbiamo tagliato e da esse trarremo nutrimento, stabilità e crescita, smettendo di sentirci separati dalla natura, dalla mamma, in una parola, orfani…

 

di Bianca Pane

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