Il favoloso mondo di Eros

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Il favoloso mondo di Eros
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Si sa che Sigmund Freud era affascinato dal mondo greco-romano. A parte i suoi viaggi alla scoperta di resti archeologici (era letteralmente innamorato di Pompei), si nutriva soprattutto di miti greci. Era convinto che lo studio di essi rendeva possibile entrare in quel mondo semisepolto per ritrovare le tracce del passato. Quel passato che, solo rimosso e mai dissolto, ritorna nella nostra vita quotidianamente, nonostante tutte le energie spese, da molti autori cristiani per distruggerlo definitivamente. Quel mondo coincide, tuttavia, con la nostra natura profonda. Ed è bastato che Freud sollevasse il coperchio dove, come in un vaso di Pandora, erano stati rinchiusi tutti i venti e le passioni dell’anima, da San Paolo in poi ritenuti peccaminosi, (“sento una voce nella mia carne che è contraria alla voce dello spirito”, da cui si è generata quella ipocrisia o doppiezza tipica di molti orizzonti comportamentali), che quei venti e quelle passioni hanno ripreso a scuotere il mondo interiore.

[alert_box style=”message” close=”no”]Eros non è esterno alla vita ma è la vita stessa. Infatti per Freud riguarda tutto ciò che unisce, fa gioire, reca felicità, al contrario del suo opposto, Thanatos, che si nutre di affezioni negative, quali l’odio, il rancore, l’invidia, la rabbia e, nei casi estremi, la violenza.[/alert_box]

Ma, a differenza del nostro mondo culturale, in cui Eros, almeno apparentemente, è “presente solo per consentire che l’unione raggiunga il suo scopo, vale a dire la procreazione di figli legittimi”, scrive Eva Cantarella nel suo saggio “L’amore è un Dio” (Feltrinelli 2007), “l’amore in Grecia, l’amour passion, veniva sperimentato in rapporti diversi”. Eros, infatti non conosce regole. Egli, continua la Cantarella “faceva nascere l’amore , indifferentemente, fra esseri mortali, dèi, eroi, figure semiumane, animali, uomini, donne…persino i fiumi si innamoravano, o le sorgenti”. Non esisteva momento della vita in cui Eros non fosse presente per offrire all’esistenza un po’ della gioia e della magia dell’amore. Da allora le cose sono cambiate generando buona parte delle forme di nevrosi e di infelicità legate alla repressione di un sentimento fondamentale che vive sull’espansione e sul bisogno di esprimersi comunque. L’Eros o “l’amore – come scrive Umberto Galimberti, in Le Cose Dell’Amore, Feltrinelli 2004 – è faccenda dell’anima”.  Ma, su esso sono state calate cortine di nebbia, foschie, quando non si è trattato di coltri. Si è incatenato ciò che, per sua natura, è estremamente libero e anarchico, come successe per Ares e Afrodite, sorpresi a tradire nel letto dall’oscuro Efesto. Questi costruì “una rete sottile come la tela di un ragno, invisibile ma robustissima, la stese intorno al talamo: chiunque vi fosse entrato sarebbe stato imprigionato.” (Eva Cantarella).

Ed è accaduto, allora, che esso ha escogitato tutte le  varie forme di clandestinità oppure ha trovato il suo rifugio privilegiato tra “gli artisti e i poeti che, per creare, attingono al caos primitivo, dove non c’è regola, non c’è legge, non c’è riconoscimento della differenza, ma restaurazione simbolica di quell’indifferenziato che precedeva la creazione, e a cui forse bisogna attingere perché prenda vita un nuovo genere di realtà, al di là di quella esistente che più non affascina e non richiama amore.” (Umberto Galimberti). Ma, per farlo uscire dai luoghi  non  propri, è necessario liberarsi dal conformismo indotto. “Più l’EROS è appagato, più si potrà aspirare a essere felici e sereni in ogni momento della quotidianità. Ciò tuttavia contrasta, ancora oggi, con una visione della vita intesa come sacrificio, come valle di lacrime, come terreno dolente, utile per meritarsi l’aldilà.” (Paolo Crepet: Sull’amore. Einaudi Stile Libero, 2006).

di Domenico Casa

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