La tirannia della mente

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La tirannia della mente
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La mente intuitiva è un dono sacro e la mente razionale è un fedele servo. Noi abbiamo creato una società che onora il servo e ha dimenticato il dono” (Albert Einstein).

Non si può dire che Einstein non sia stato un illuminista.

Non sarebbe diventato il grande scienziato rivoluzionario che è stato. Fermo restando l’indubbio valore di quella stagione culturale che, anzi, ancora non ha maturato tutti i suoi frutti  nelle menti individuali e in molte regioni del globo, c’è da dire che spesso la ragione, da strumento, sia pure fondamentale e indispensabile di ricerca e orientamento nel mondo, si trasforma in tiranna.

Alcuni anni fa, durante gli esami di maturità liceale, uno studente, avendola letta troppo frettolosamente, stravolse la traccia “Il sonno della ragione genera mostri”, trasformandola in “Il sommo della ragione genera mostri”.

Benché lontano dall’indicazione del Ministero che aveva scelto quell’anno la frase ormai stranota di Goya, la commissione giudicatrice dovette convenire che, partendo dall’assunto sbagliato, lo studente aveva svolto un lavoro rigoroso  e sul filo della logica, sostenendo, anche con prove inconfutabili, che l’uso arbitrario e illimitato della ragione può condurre ad errori ed orrori.

Già Immanuel Kant,  da illuminista critico qual era, nella sua “Critica della ragion pura”, aveva messo in  guardia contro le pretese della ragione. Che la realtà umana sia più ampia e complessa della sua mente, è ormai un dato acquisito. Ma il più delle volte, negli esseri umani, la ragione è quella che detta leggi, “lavora incessantemente per classificare, definire, inquadrare, mettere limiti” (da “Felicità in questo mondo” alla scoperta del Buddismo), ignorando o dimenticando di essere a servizio, un semplice benché importante strumento a disposizione dell’uomo. Sigmund Freud aveva sostenuto che l’Io razionale non è l’istanza originaria dell’uomo. Esso si forma più tardi e svolge un’indubbia funzione di equilibrio tra le diverse istanze psichiche le quali, altrimenti, si comporterebbero in modo anarchico e conflittuale tra di loro. Ma, svolto questo compito, la nostra ragione deve lasciare alle altre parti o dimensioni dell’essere umano di esprimersi senza “la frusta” o la “bacchetta”. Essa non può accampare la pretesa di “avere ragione su tutto”.

Le conseguenze della sua “tirannia” portebbero essere, e sono, di una gravità inimmaginabile. C’è un libro di Friedrich W. Nietsche, che spesso viene considerato secondario rispetto alla produzione successiva del filosofo, ma che invece risulta essere il cardine del suo pensiero. Si tratta della “Nascita della tragedia”. Nell’esaminare l’origine di quella espresione artistica che fu la tragedia greca, Nietzsche individua, nel passaggio dal mondo ellenico a quello greco, due forme o modalità di esistenza, “lo spirito dionisiaco” e “lo spirito apollineo”, riferiti a due divinità, Dioniso e Apollo. Il primo rappresenterebbe la vita in tutte le sue manifestazioni: gioia, dolore, fede, amore, passione,  sessualità, festa, ebbrezza, musica, canto, persino la morte che è inestricabilmente connessa alla vita.

Il secondo, Apollo, speculativo, teorico, ponderato, astratto, freddo, si imporrebbe sulla vita nella sua complessità nel momento storico, in cui, con Socrate, all’amore per la vita e al “sì” incondizionato ad essa, rappresentata dal gioioso Dioniso, si sostituirebbe la ragione egoistica, valutativa, calcolatrice, utilitaristica, economicistica. Quella che conosciamo noi, in altre parole.

Quella da cui, secondo Nietzsche, discenderebbe,  passando attraverso secoli di mortificazione, di repressione, di negazione dell’uomo, cui si sarebbero dedicati un po’ tutti, dalle dottrine morali alla scienza (scientismo), quell’essere malato e decadente che siamo noi.

 

Di Domenico Casa

 

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